Travesia-El-Chalten-in-Patagonia

La solitudine della condivisione

Il primo viaggio importante che ho fatto per lavoro fu nel 2003: appena entrata in agenzia viaggi congressuale, dopo un fortunato turbinio di rinunce delle più anziane, toccò a me accompagnare un gruppo di Medici Nucleari nel post tour del loro Congresso Mondiale.
14 giorni con trenta sconosciuti tra Santiago del Cile, Valparaiso, Vina del Mar, Patagonia Cilena e Terra del Fuoco argentina.
Non avevo idea di cosa avrei visto, solo anni dopo leggendo Patagonia di Chatwin, o Il Mondo alla Fine del Mondo, ho rivissuto quel che provai, quasi per caso.
Ricordo perfettamente le sensazioni che ho provato allora: mi perdevo continuamente nell’orizzonte sconfinato della Patagonia senza alberi, ci si trova scoperti tra la terra e il cielo, la stessa sensazione di Adamo quando si è andato a nascondere, immagino.
Non mi era mai successo, non sapevo che si potesse percepire la grandezza del nostro pianeta standoci ancora sopra, prima di essere morti.

Juanita mi aveva prestato la sua Canon Eos, con la stessa gioia con cui si presta un rene, e io – attentissima – ho usato la macchina ogni volta che mi trovavo ad affrontare una emozione troppo grande per me, qualcosa che volevo ricordare per tutta la vita, cosa che è accaduta.
L’album della Patagonia è ancora uno dei pochi oggetti che mi siano cari.

15 anni dopo o quasi, ieri mattina, mi sono svegliata alle 6 in una terra straniera, nella regione dell’Aragona, in un posto sperduto in mezzo a colli aridi, rocce stratificate, condor e avvoltoi, nessun albero. Una terra inospitale, un girone dell’inferno, un terrazzo sulle viscere del pianeta.
Meraviglioso, dunque.

Ho camminato fino alla punta panoramica, cioè ho proprio fatto la camminata turistica che si sono inventati qui, senza alcuna velleità di scoperta o di avventura. Anzi, avevo solo le Dr. Martens che mi ha regalato la mia amica, di certo non ci posso scalare le montagne.

Sono arrivata in cima, avevo tempo.
Avevo tempo.
Ho fatto il gesto automatico: ho messo una mano in tasca per prendere il telefono e fare una foto.
E mi è venuto il vomito.
Per cosa la faccio la foto? Per me? No. Sto bene qui adesso, me lo ricorderò per sempre, è possibile anzi che mettere questa foto su facebook la sminuisca, mi faccia venire a noia un panorama dove invece mi sono smarrita volendomi smarrire.
Per chi la faccio questa foto? per condividere cosa?
La sensazione che sto provando? La sensazione che sto provando è così intensa perchè è solo mia, perchè mi fido di me, mi fido del fatto che me la ricorderò, senza stampelle, senza commenti, senza apprezzamenti.
Mi fido della mia memoria, e quando non l’avrò più amen.

“I Bit fanno marcire i ricordi, la carta no”, mi ha detto un amico qualche giorno fa.
Sono in aeroporto e con spavento sto scorrendo le immagini caricate nel 2007, 2008 magari, quando mia figlia era piccolissima, ma anche nel 2011, 2013.
In casa non ci sono foto appese, non ci sono cornici di quando aveva 4 anni, che mamma sono?
Se un giorno chiudesse Facebook d’improvviso io perderei la memoria della mia vita, sicuramente tutte le immagini più care, più evocative.
Nessun’altra delle persone che conosco probabilmente ha visto la valle che ho visto io ieri mattina, e se vorrà farlo dovrà fidarsi di me, e decidere di fare un viaggio in Aragona, e magari lo farà perché avrà ricominciato a fidarsi del racconto invece dello story-telling.
Perché sarà un viaggiatore curioso, e non un voyeur turistico.

La foto più cara che ho nella mente è quella che non ho scattato (come avrei potuto?) alla fine del Cammino di Santiago, con il portale della Gloria minaccioso sopra di me, santi e diavoli, odore fortissimo di pellegrini sudati, il volo spaventoso del cenereiro, la messa in mille lingue, la sensazione di essere in grazia, anche solo per un attimo, capendo bene perchè mille anni fa per provare questa sensazione le persone accettavano anche di morire.

“I Bit fanno marcire la storia, la carta no”.
Scrivo una cartolina da dove sono adesso, inizio a collegare il cavo dal telefono al computer e a scaricare le foto di anni fa: le devo mettere in salvo dal pericolo in cui le ho messe, dalla solitudine della quale le ho circondate.
La solitudine della condivisione.

Posted in AlessandraDePaola.

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