alessandra 39

Altre vite che avrei potuto vivere, ovvero come accade il futuro.

Cutigliano, Estate 1992.
E’ l’estate del Dream Team, sono mesi che vedo il torneo pre-olimpico panamericano: Portorico contro Usa, Argentina contro Usa, Canada contro Usa. Solidi antipasti di quella che sarà l’olimpiade di Barcellona 92, tutte partite commentate da un appagatissimo Dan Peterson, che pregusta già che estate di godimento assoluto dovrà essere quella.
Gioco da sempre a pallacanestro, e d’altronde a Montecatini e dalle Giuseppine non esiste nessuna alternativa: a cinque anni avevo già la divisa di quel panno blu elettrico, una vera tortura sulla pelle nuda, con la maglietta rossa a mezze maniche. Io ero femmina, quindi a me toccava rossa, ai maschi verde: il martedì e il giovedì mi toccavano come minimo 2 ore di scivolamenti e ball handling dietro alla gonna di Suor Fiorelisa.
Avevo iniziato le medie, probabilmente giocavo in propaganda, una categoria che non esiste nemmeno più.
Quell’estate girai per tre mesi con un laccio per capelli marrone sul braccio a sottolineare il bicipite, e con canottiere nere slabbratissime, sopra un’ulteriore canottiera di Micheal Jordan. Sempre.
Il 23, il Rosso e Nero dei Bulls sono stati il simbolo del divino in terra, la metafora dell’uomo di quegli anni che tutto poteva, di un mondo che prosperava, di una superficialità mai così profonda.
Siamo in 6 in camera,ma una sola di noi è destinata a diventare una grande giocatrice. E non sono io.
Me ne rendo perfettamente conto, non ho talento, non ho il guizzo, se già l’impronta genetica non mi aveva scoraggiato in partenza.
Eppure non perdo un minuto di allenamenti, corro come se non ci fosse un domani, mi lego le scarpe e controllo sempre che la mia ombra di poco talento e tanto cuore mi segua, che non se ne vada altrove.
Eppure so di essere una con cui le altre vogliono stare in camera, perché io sono fatta così: sono una che protegge, che fa gruppo, che fa ridere, che fa in modo che a nessuno succeda nulla.
Se chiudo gli occhi e ci penso il desiderio più forte di quei giorni lo porto ancora nel cuore, forte come allora: schiacciare a canestro, una volta, una sola volta nella mia vita.
Ma non mi è toccato in questa vita.

Sausalito (San Francisco, CA) 1997
Non ne posso più di questa che mi parla da stamani, anzi da ieri. Io, Morena e Giovanni siamo in vacanza in California e Messico: ho finito il Liceo, ho 18 anni, non esistono i cellulari, o perlomeno non esistono nella mia vita, ho appena preso per la prima volta un aereo intercontinentale, ho passato la frontiera di Tijuana tra i cani che abbaiano e i poliziotti che urlano. Siamo qui, quasi alla fine del viaggio, a visitare San Francisco, e questa signora Libanese si è offerta di farci da guida per la città. Dopo 10 minuti io e Morena ce ne pentiamo amaramente, ma ormai è andata.
Siamo arrivate a Sausalito, dall’altra parte del Golden Bridge, siamo sedute ad un bar, e lei parla. E parla, e parla. Incredibile quante parole può pronunciare una sola persona.
Giriamo ed entriamo in un negozio di vestiti, manco li guardo (A – non li so scegliere senza Diletta / B – non ho un duino): riconosco che il padrone o gestore è italiano, direi romagnolo. Si accorge che siamo italiani e ci offre un caffè. Un lungo e pisciosissimo caffè americano malefico, seduti al sole della California, e mi chiede dove ho imparato a parlare l’inglese così.
Non lo so, ho sempre risposto che mio padre ha studiato in america, ma che c’entra? Nulla.
Secondo me l’inglese lo so perchè ho ascoltato i queen allo sfinimento, li pronuncio con la stessa loro pronuncia e da piccola ho provato per gioco a capire sempre quel che dicevano, con il mio walkman grigio, giù in piscina, nelle ore in cui dovevo aspettare per fare il bagno.
Non lo so dunque, ma lo so. “Ho bisogno di una ragazza sveglia che mi vada ad aprire il nuovo negozio a San Francisco, qualche km più in là e che mi aiuti a curare i rapporti con l’Italia per la merce”.
Ebbi paura, alla fine ero solo in vacanza, non ero lì per decidere cosa essere da grande: quindi presi il biglietto da visita, e non chiamai mai, cullandomi molto nel pensiero che prima o poi lo avrei fatto.
Ma non me lo sono mai dimenticato quel senso di libertà che mi ha dato immaginarmi californiana per un attimo: un sogno abbagliante, esaurito immediatamente, ma così potente da arrivare a me stasera, qui, 21 anni dopo.

Firenze, Maggio 2001
“Ale, domani mi serve una hostess che parli inglese per un convegno a Firenze. E’ al Grand Hotel, quindi vestiti per bene”.
“Juany ho solo un paio di pantaloni da cameriera, neri, e una maglietta bianca (vedi sopra). Va bene?”.
“Va bene, l’importante e che mi levi tutte le rotture di scatole. Non me le far arrivare”.
Mi sono sempre piaciute le indicazioni chiare, quindi vado, anche se studio architettura e a Giugno ho Geometria descrittiva con Corazi, per l’amor di Dio, non lo passerò mai.
La gamma di “rotture di scatole” spazia da trovare una piscina all’aperto riscaldata sui tetti di Firenze, a far recapitare una pizza nella suite del committente (passando indenne), a fare la guida turistica sul pullman nel viaggio improbabile dal Lungarno Acciaioli alla Certosa del Galluzzo, onestamente la cosa più difficile che abbia dovuto fare con un microfono in mano dopo la sfilata della Fimba dello scorso anno.
Apparentemente me la cavo, solo che non torno a casa per quattro giorni, c’è da fare dalla mattina alla notte, e dopo due giorni chiedo e ottengo il budget per una nuova maglietta, le mutande e il resto me le ero comprate da sola, almeno la dignità.
Mi ero portata dietro le tavole di Geometria Descrittiva, ma l’unica cosa che disegnai chiara sulla carta fu che nella mia vita volevo vivere di turismo. Quella era la mia professione: io e lei, la mia passione, ci eravamo appena conosciute, solo annusate, e ci eravamo piaciute molto.
Siamo ancora innamorate, ma ci facciamo sempre male. Sempre.

Buon compleanno a me, alle altre 1000 donne che avrei potuto essere, a tutto quello che ho perso e ad ogni cosa che ho trovato, e tenuto con me, in questi primi 39 anni, la metà della mia vita.

Posted in AlessandraDePaola.

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